Verso la fine del novembre del 1993, dopo tutta la serie di manifestazioni organizzate presso i vari enti competenti, mi telefonò il Dottor Vincenzo e mi pregò di raggiungerlo presso la sua villa a Torre a Mare. Appena arrivai, il Dottore mi fece vedere la registrazione di un servizio di un telegiornale locale, in cui si affermava che il TAR aveva confermato la chiusura definitiva della discarica di Conversano. Spenta la televisione, scoppiò in lacrime.
Ero davvero imbarazzato e per sdrammatizzare dissi le prime parole che mi vennero in mente: «Dottore a questa età credete ancora alla televisione? Non preoccupatevi, riusciremo a riaprire la discarica...».
«Vito, se tu mi fai riaprire, io ti do tutto quello che vuoi! Se mi chiedi la luna, io faccio una scala, la prendo e te la do! Ti do la mia parola d'onore, ti giuro su mio padre morto!»
«Va bene Dottore, le credo − tagliai corto − farò quello che posso...».
Tornai a casa convinto che riaprire la discarica era l'unica cosa importante, quasi un imperativo morale nei confronti del mio datore di lavoro che, in quella circostanza, si era dimostrato un "amico".
Tuttavia, all'inizio del dicembre 1993, ebbi un grave incidente stradale. Trascorsi in ospedale una decina di giorni e poi, improvvisamente, venni dimesso. Come venni a sapere in seguito, i Lombardi si erano rivolti ad un loro amico − il primario di otorinolaringoiatria, dott. Spinazzola − per convincerlo a spendere una buona parola affinché mi dimettessero anticipatamente, visto che da quando ero ricoverato la "contro-protesta" si era bloccata.
In men che non si dica mi trovai fuori dall'ospedale: camminavo con il bastone, ancora tramortito dall'incidente, ma per i Lombardi ciò che contava era solo rimettere in moto la macchina per ottenere la riapertura, soprattutto ora che il TAR si era espresso contro.
Serviva «qualcosa di spregiudicato per far sentire la nostra voce» − tenne a precisarmi il Dottore. Iniziai a pensare a cosa fare e, alla fine, si decise di bloccare il traffico ferroviario. Ci recammo con il solito gruppo di ragazzi nei pressi del passaggio a livello che si trova in via vecchia Mola e ci incatenammo ai binari. Il casellante dette l'allarme e i treni vennero fermati. Intervennero due squadre della polizia che, senza eccessive premure, tagliarono le catene e ci fecero sgomberare. Andammo via senza fare resistenza perché, anche in quel caso, l'obiettivo era stato centrato: avevamo bloccato l'intera tratta ferroviaria per tre ore e i telegiornali ne avevano parlato.
Riaccesa la luce mediatica, continuammo la nostra protesta in Regione. Qui incontrammo Giovanni Copertino (già Presidente della Regione dal 1992 al 1993), vecchia conoscenza dei Lombardi, che ci spiegò che, anche volendo, loro avevano le mani legate: era sempre la Provincia che andava messa "sotto assedio".
Vincenzo Lombardi seguì al volo il consiglio di Copertino e mi dette disposizioni di ritornare in Provincia: «Ora Vito devi andare in Provincia a "fare muina" con i ragazzi. Ti manderò anche alcuni operai e digli di muoversi se non vogliono essere licenziati».
L'indomani eravamo una ventina di persone e, saputo che il Presidente della Provincia, Domenico Ricchiuti, era nella sua stanza, decidemmo di incatenarci alla porta del suo ufficio per essere certi di ottenere la sua attenzione.
Ricchiuti, dopo aver appreso le motivazioni del nostro gesto, ci chiese cosa volessimo ed io, come concordato con l'azienda, risposi che non ci saremmo mossi fin quando non avesse parlato con il Dottor Vincenzo.
Il Presidente accettò di avere questo colloquio, cui partecipai anche io. Potei ascoltare con le mie orecchie i patti che furono stretti in quella stanza: il Presidente si impegnava a riaprire la discarica, ma solo il primo lotto e solo per i pochi metri cubi che mancavano alla sagomatura. Inoltre, bisognava togliere i rifiuti irregolarmente abbancati in quello che all'epoca era definito "secondo lotto" e poi sarebbero arrivati i controlli dell'ASL e della Provincia. Infine, doveva essere d'accordo anche il Prefetto. Questi i termini dell'accordo che il Dottore, chiaramente, accettò.
«Vito stai facendo un ottimo lavoro, ora manca solo il Prefetto. Devi fare come in Provincia, mi devi far chiamare dal Prefetto» − mi disse il Dottore il giorno dopo in ufficio.
Riunì ancora una volta tutti i ragazzi e andammo al Palazzo della Prefettura. Per essere ascoltati, ci incatenammo e bloccammo corso Vittorio Emanuele in tutti e due i sensi di marcia. In poco tempo il traffico andò in tilt e il Prefetto ci invitò a spiegare le nostre ragioni.
Per la seconda volta riuscimmo a far convocare Vincenzo Lombardi, che dopo una mezzoretta scese dalla Prefettura e, strizzando l'occhio, mi disse che ci saremmo visti il mattino seguente in discarica.
Capì che tutto era andato per il "verso giusto".
Scusate... Chi Delinque è Delinquente... ?
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