Verso il maggio del 1996 la discarica fu
temporaneamente chiusa, in quanto si era conclusa la sagomatura del primo
lotto. Fiducioso che l'amministrazione guidata da Vitantonio Bonasora avesse serie intenzioni di opporsi alla
Lombardi, mi recai in Comune e chiesi di parlare con il sindaco.
Il primo cittadino mi ricevette ed iniziai a
raccontare tutto quello che accadeva in discarica, fin quando il sindaco non mi
interruppe chiedendomi di proseguire alla presenza della sua giunta. Una volta
arrivati i vari assessori, tra cui ricordo l'assessore all'ambiente Francesco Paolo Fanizzi e l'assessore
all'urbanistica Gian Luigi Rotunno,
ricominciai a parlare. Spiegai come veniva smaltito il percolato, come
centinaia di tonnellate di rifiuti pericolosi erano state seppellite in quella
discarica e delle infinite connivenze che la Lombardi Ecologia era riuscita a
costruire nel tempo.
Alla fine, il sindaco Bonasora mi disse di non
essere affatto sorpreso dalla cattiva gestione del percolato: alcuni contadini,
che avevano i propri terreni in c.da Martucci, gli avevano consegnato tre
bottigliette di percolato che fuoriusciva dai tubi di irrigazione. Ad ogni
modo, si impegnava a portare avanti la battaglia e io, per parte mia, quando mi
venne chiesto se ero pronto a dare una copia della cassetta, senza pensarci due
volte, detti la piena disponibilità.
Ed invece, qualcuno incurante della pericolosità
della situazione, decise di riferire quello che aveva ascoltato a persone
vicine ai fratelli Lombardi. Immancabilmente, dopo qualche giorno, Leonardo Totaro mi dette appuntamento
in un bar e qui mi comunicò il mio definitivo licenziamento. La ragione? Avevo
parlato troppo riferendo i «fatti di casa nostra in Comune. Non lo sai che lì
abbiamo molti amici?».
Ciò che più mi atterrì non fu tanto il licenziamento
quanto il fatto di essere stato tradito da chi aveva il dovere di proteggere me
e tutti gli altri cittadini.
Rifiutai quel licenziamento e liquidai Totaro. Qualche
giorno dopo, la Lombardi Ecologia organizzò una specie di manifestazione
davanti al Comune per sostenere le ragioni della riapertura della discarica. Mi
trovai a passare per altre ragioni e fui avvicinato da Domenico Di Mise, che iniziò a rimproverarmi per essermi permesso
di denunciare tutto al Sindaco. Non feci in tempo a rispondergli che mi sentì
chiamare. Giratomi, riconobbi un affiliato
del clan Parisi accompagnato da un'altro esponente conversanese. Mi
imposero di seguirli e, raggiunto un posto isolato, mi intimarono di smettere
di "infamare quella gente" perché erano loro "amici", di
accettare senza tante storie il licenziamento e di consegnare la videocassetta
alla Lombardi.
Da quel giorno, per diciassette anni ho dovuto
ingoiare cattiverie e provocazioni che ancora oggi è difficile dimenticare. Ho
portato sulla coscienza il peso di tutto quello che sapevo e che nessuno voleva
ascoltare, perché era la verità di un "delinquente" e perché bisognava
prima capire "quali erano gli equilibri politici". Ho dovuto restare
in silenzio per proteggere la mia famiglia dalla malavita barese e dai suoi
aguzzini.
Ora che sono solo e non ho nessun timore che
qualcuno decida di venire a "chiudermi la bocca", mi impegno a condividere con tutti voi la prova visiva di quello che finora avete avuto la pazienza di
leggere.
Spero che, almeno voi,
vorrete farne "buon uso" ...
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