Ritornando alla fase di
riapertura della discarica, dopo un paio di settimane tutto era stato ripulito,
ora bisognava "travasare" nel primo lotto i rifiuti illecitamente
abbancati in quello che all'epoca era chiamato "secondo lotto".
«Non possiamo toglierli tutti − tenne a precisare Paolo Lombardi − perché mangerebbero troppo spazio. Parla con
il nostro palista e cercate di fare un buon lavoro».
Presi da parte il palista che,
in quel periodo, si occupava degli scavi e della movimentazione terra in
discarica e gli riferì il discorso di Paolo Lombardi. Lui mi disse che una
soluzione c'era: bastava togliere solo un po' dei rifiuti presenti nel
"secondo lotto", ricoprirne la superficie con ghiaia e calce. In
questo modo, chiunque fosse venuto a fare i controlli avrebbe trovato tutto "in
regola", non potendo sospettare che sotto c'erano ancora rifiuti... Il
consiglio fu seguito e così nel primo lotto finì solo una minima quantità della
spazzatura realmente presente.
Ripulire la discarica e
spostare i rifiuti erano state le cose più semplici, la parte più delicata
veniva ora: far sparire il percolato
che, come abbiamo detto, si era accumulato nei tre anni di inattività fino a
formare due laghi ai lati del "primo lotto". Portarlo ai depuratori sarebbe costato una
fortuna, tuttavia doveva essere necessariamente eliminato, per evitare
complicazioni durante i controlli previsti prima della riapertura.
Il modo più rapido ed economico
per risolvere il "problema", venne in mente al Dottor Vincenzo. Mi
chiamò a Triggiano e mi avvertì che sarebbe venuto in discarica un operaio di
Mola di Bari e degli elettricisti: «Devono
fare del lavoro speciale, fai in modo che nessuno li disturbi... porta gli
altri operai alla cava in contrada San Vincenzo e fai mettere la recinzione
lungo tutto il perimetro».
Per prima cosa si realizzarono due pozzi ai lati del lotto in
esercizio, proprio in prossimità dei due "laghi". Dopo due giorni in
discarica arrivò una cisterna,
simile a quelle utilizzate per il trasporto della benzina. A questa cisterna,
posizionata in una "scarpata" di fronte all'attuale "terzo lotto",
furono collegati i due silos che erano
già piazzati nei pressi dell'ingresso della discarica. Successivamente, si
comprarono cinque pompe sommerse
molto potenti e furono messe nei laghetti di percolato.
Nel lago a destra del lotto in esercizio, quello più profondo, si
inserirono tre pompe sommerse: due aspiravano e scaricavano il percolato
direttamente sui campi coltivati, la terza pompa collegava il lago con il
pozzo. Questo pozzo, a sua volta, comunicava con la cisterna che, quando si riempiva, inviava il percolato ai due silos.
Dai silos il liquido era spinto sui tendoni di uva limitrofi, utilizzando le
tubature destinate all'irrigazione, che partivano dal pozzo artesiano posto nei
pressi dei silos.
Nel lago a sinistra, invece, furono sufficienti due pompe, e anche
queste sversavano il percolato direttamente sulle colture.
Nulla era lasciato al caso: la sera
venivano svuotati i silos; il giorno sempre l'operaio di Mola (che ebbe
l'incarico di "addetto alla manutenzione") gestiva le pompe,
azionandole in base alle richieste di acqua che gli arrivano dai contadini,
braccianti dipendenti della cooperativa Fi.lom (dunque della Lombardi) che, per
non perdere il posto di lavoro, hanno sempre preferito tacere. Inoltre, poiché
alla prima pioggia i due laghi di percolato si riformavano, un'altro operaio
venne impiegato su una macchina aspiratrice che succhiava il liquido dalla cava
e lo spargeva sui campi coltivati.
Questo "marchingegno"
riuscì a filmarlo e a custodirlo in una cassetta, oggi nelle mani della
Magistratura, su cui ritornerò a breve.
Ad aprile del 1994, i tecnici
dell'ASL. Questi avrebbero dovuto procedere a raccogliere una serie di campioni
per le opportune analisi, dai cui esiti si sarebbe decisa la sorte della
discarica. Una vicenda troppo delicata per lasciarla nelle mani di
"estranei", ecco perché il professore mi ordinò di occuparmi dei
prelievi, adducendo come scusa che scendere nella cava era rischioso. Come
precedentemente stabilito, riempii la boccettina che mi fu data con acqua
piovana e non con la miscela di percolato che continuava a ristagnare. A ruota
ci furono i controlli da parte della Provincia, che non sollevò nessuna
obiezione o contestazione sulla "regolarità" di quella discarica.
Il risultato? Il 15 aprile 1994
si autorizzò la riapertura temporanea e qualche tempo dopo − sicuramente per
"pura coincidenza"− venne assunto come guardiano della discarica
proprio il figlio di uno dei tecnici della ASL che avevano effettuato il primo sopralluogo.
Un'ultima considerazione. Il
sistema di smaltimento descritto è durato più di quindici anni, sversando
migliaia di tonnellate di percolato sui tendoni di uva e nei campi coltivati.
Frutta e verdura che è stata venduta. Quanta gente ha mangiato senza saperlo
quei frutti avvelenati? Quanta gente si sarà ammalata?
Si potranno contare i
centimetri di argilla, le tonnellate di rifiuti o gli ettari di reale
estensione della discarica... tutto quello che ora le amministrazioni comunali
e regionali stanno proponendo per dimostrare che all'ambiente ci tengono. Ma
nessuno potrà mai fare una stima di quante vite pesano sulla coscienza di
quella discarica e dei loro gestori che − per
risparmiare qualche soldo o forse per odio verso l'intera Città − non si
sono fermati davanti a nulla.
Scusate...
Chi Delinque è Delinquente ... ?
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